Pensieri liberi sull'opera lirica

 


Alla Scala capelli della parrucca della cantante incollati uno a uno, che spreco! Ecco dove vanno a finire le nostre IRPEF. 

Alla sera della prima, le solite presenze, contestatori, polizia in abbondanza, signore e madame in grande esibizione, un intero popolo che entra gratis, il palco centrale con la nuova regina delle cittadinanze. La massa dei sovrintendenti, burocrati, ex sindaci, giudici, parlamentari regionali? Si salva solo Verdi, che non avrebbe certo bisogno di un simile accompagnamento.

Con quante più possa gridando sommossa, sommossa, le campane risuonino a storno,…” cito a memoria, questo pezzo  e penso all’inizio, al primo intervento di Otello “Esultate...A par armi lo vinse e l’uragano”; poi penso al Tell, offeso in continuazione: pare che esistano solo la cavalcata delle sinfonia e  il “Tutto è calmo il ciel s’abbella…” . Per me, innamorato di quell’opera, è un’ingiustizia che innervosisce.  Wagner: quel lungo duetto nel giardino incantato: luce buio, luce buio, un pezzo che mi emozionava e saziava ma che oggi mi appare una nenia insopportabile. No, non va, non va direbbe   Stravinsky e, insomma, ha ragione. Rigoletto: la canzonaccia perfetta del duca, nelle sue profondità vitali gli piaceva e piace anche a me, Poi il quartetto “Bella figlia dell’amore” mai uguagliato nella sua perfetta, umanissima, tensione e infine il temporale e l’assassinio dell’innocente figlia che si sacrifica.  Un sacrificio dove tutto è cantato: denso, veloce, completo: Verdi corre. 

Wagner parla dal palco accentuando pesante o andandoci leggero con l’onnipresente, prepotente orchestra, che detta i tempi magari per farsi i suoi leitmotiv e questo è fastidioso per chi aspetta.

Nelle sue conferenze in America, Stravinsky, ridicolizzò Wagner ed esaltò il “popolare” Verdi, rimpiangendo che lo stesso Verdi, nelle due opere della vecchiaia, esaltate dalla critica tedesca, avesse tradito se stesso per seguire Wagner.

In realtà questo non è vero, Verdi non si sognò mai di usare i leitmotiv, di eliminare i concertati, di passare dal canto all’oratoriale ma indubbiamente aumentò la presenza dell’orchestra usandola con un’intensità mai adottata in precedenza. E qui sta il difetto dell’Otello. Verdi corre perché non può tradire la sua natura. In precedenza l’uso moderato dell’orchestra, faceva sì che intervenisse sempre con uno scopo, rallentare, prendere fiato, ecc. Si prendano le brevi battute prima del quartetto, “Bella figlia dell’amore” nulla di più  che un respiro, quasi una riga di separazione o  un avviso: “non ti subisso non ti strozzo”. Nell’Otello, Verdi corre nel primo atto. Corre ma qui è la realtà a correre in maniera concitata. Negli atti successivi la realtà non corre: e qui avviene il tradimento. Verdi riempie tutto di note orchestrali, come cappelli sulle parole, sulle singole sillabe, incuneandosi, non completamente per fortuna, tra sillaba e sillaba. L’effetto è di completezza musicale ma una completezza asfissiante. Questo non è Verdi. Nulla da stupirsi se, come cominciai a patire quel soffocamento asfissiante, io abbia abbandonato l’Otello, fino a quel momento la mia opera prediletta.

Tra Wagner e Verdi s’inserisce il BORIS e qui siamo di fronte a un capolavoro unico, l’inizio grandioso e la morte di Boris non hanno eguali. Nella scena della morte, Boris sembra abbandonare ogni forma di canto. Formalmente il suo è un canto oratoriale ma spezzettato, contorto, pieno di cambi di ritmo e intensità si sentono i tanti sentimenti che si accavallano e si scontrano, l’amore per il figlio, l’inesorabilità del destino, il dramma dell’assassinio dell’infante, l’oppressione dei nobili che lo circondano e lo assediano, il dolore fisico, il dolore psichico, il canto vero o immaginato del coro che si avvicina. Con un ultimo grido, cade e muore.

 Neppure l’opera lirica che mi ha dato in passato tanta gioia riesce a calmare la mia agitazione ne tantomeno la musica sinfonica mai veramente amata.

 Il mio territorio è sempre stato il teatro lirico e ora è spesso addirittura fastidioso. Vorrei nuove opere che percorrono nuove vie, le conosciute mi hanno saturato, la ultime mi sembrano stupidaggini, le antiche verso le quali mi sono spinto oltre Monteverdi e Palestrina, inizialmente me le sono godute come se fossero nuove avanguardie, ma poi anche quella luce si è spenta.

E’ perché sto aspettando la morte?  


Lunedì 9/12 ho pubblicato il sito dei miei scritti, https://www.eziosaia.it/ 

dove si possono o si potranno leggere tutti i miei scritti, romanzi, saggi di filosofia, articoli su vari argomenti. A ogni romanzo è dedicata una pagina. Un’unica pagina ai tre romanzi dell’esilio, fra loro concatenati.

Ogni romanzo  o saggio può essere aperto e letto integralmente dall’inizio alla fine e scaricato. Oltre al testo ho aggiunto sul sito, un indice, una presentazione, campioni di lettura. Un’attenzione particolare a “Il paese dei balocchi” ritenuto il migliore da chi mi ha seguito in questa avventura.


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