CORIO; CIRIE' miracolo economico
Riporto un brano dal quarto volume di Democrazie imperi individui che sarà presto pubblicato sul mio sito
eziosaia.it
Io, ragazzino che abitava a Corio, un ricco paese di mezza
montagna del fiorente e attivo Canavese, dal barbiere udii parlare, per la
prima volta, del problema “Avvocati!”.
Al barbiere, che sosteneva il crescente benessere di Corio , un
adulto rispose: “Adesso si sta bene, ma appena arriveranno gli avvocati, tutto
questo finirà” e subito dopo : “Chi credi che stia facendo il miracolo
economico? Siamo noi di questi paesi
ignoranti mica i laureati che vivono a sbafo e quelli di Roma che hanno perfino
chi gli regge il Piciu, quando vanno al cesso.”
Mio padre condivideva questi giudizi e aveva un’
ammirazione enorme, sperticata per i cittadini di Corio. Nessun dubbio che il miracolo
economico avvenisse per merito di paesi come Corio, dove gli abitanti, uomini o
donne, lavoravano senza sosta ogni giorno dal mattino a sera tarda, di giorno
feriale o festivo. Sia lui che gli abitanti erano convinti che non c’era altra
via per rinascere dai disastri della guerra.
“Fanno dieci,
dodici ore al giorno” mi diceva mio padre "lavorano nelle
fabbriche, negli uffici e, dopo il lavoro in fabbrica, continuano a lavorare a casa. Chi ha della terra cura alberi, orto, stalla,
pollame e dedica le ore serali a migliorare i prati, i sentieri, la
fattoria, le stalle. Un lavoro che produce verdura, frutta, carne, uova. Chi
non ha terra lavora a risanare le case, le porte, le finestre, i cortili: i lavori non finiscono mai mai: tetti, grondaie, impianti elettrici, muri
esterni, muri interni, porte, finestre.
Ma ciò che più ammiravano i miei, soprattutto mio padre,
era l’imprenditorialità e la capacità imprenditoriale degli abitanti. Il paese e le sue
periferie erano pieni di fabbriche di meccanica e di falegnamerie; cicli
completi dalla segheria, alla costruzione di porte, finestre, mobili e
accessori della casa.
I negozianti di frutta, verdura partivano con i
loro rappezzati camioncini di primissimo mattino, per rifornirsi ai mercati generali di Torino e
con loro partivano gli operai e gli impiegati che lavorano in cittadine come
Ciriè o nel capoluogo Torino.
L’imprenditorialità meccanica era ciò che più mandava in
estasi mio padre. Me ne parlava nelle
passeggiaste serali e per due volte mi accompagnò a vedere quelle meraviglie
di fabbriche di stampaggio e di lavorazioni meccaniche, lungo la
strada che da Corio portava a Rocca.
Conosceva tutti quegli imprenditori e, le due volte che mi portò in
visita, dopo aver chiesto il loro permesso, partimmo a piedi e non ricordo
quante ne visitammo. Quella che mi colpì di più fu una piccola fabbrichetta
dove i due proprietari costruivano, partendo da serie di disegni, pezzi unici
complicatissimi. Uno dei due proprietari ci dedicò una buona mezzora, spiegando
come il pezzo finito fosse formato anche da tre, quattro diversi materiali o tipi di acciaio; ogni superfice
doveva subire una specifica lavorazione e la costruzione dei vari pezzi da
assemblare doveva essere di una precisione impossibile.
I disegni, che sfoderò, raccontavano dimensioni, materiali,
trattamento chimico e meccanico delle superfici. Tutte le lavorazioni le
facevano lì, con le loro macchine utensili che avevano imparato a conoscere e
usare:
“Il problema più grosso” disse uno dei proprietari” è capire da dove partire ma per fortuna il mio
socio si è studiato da solo la trigonometria e riusciamo sempre a progettare il lavoro.”
Molti di quei pezzi, ci dissero, una volta finiti, andavano negli Stati Uniti.
L’ultima fabbrica a cui approdavamo e che, entrambe le
volte trovammo chiusa, perché avevamo troppo indugiato nelle precedenti, era in una curva a gomito e
costruiva ruote in acciaio.
Anche molte di quelle ruote andavano in America.
Tutto questo fervore lavorativo non impediva l’attività
artistica e intellettuale. C’erano solo le elementari ma a scuola ci andavano
tutti. Non c’era dispersione e non c’erano abbandoni nonostante il lungo
cammino che i piccoli allievi dovevano fare partendo da frazioni spesso lontane
come Case Plà, il Molino dell’avvocato, Collesecchie. Le frazioni più lontane
come Piano Audi avevano la loro scuola elementare, magari con una sola
maestra che insegnava in tutte le cinque
classi. La più lontana era case Plà dove gli allievi dovevano farsi a piedi,
ogni mattina, la tremenda salita che, dalla frazione vicina al torrente
Fandaglia, portava alla scuola, eppure una allieva, Donatella, bravissima in
tutte le materie riuscì a diventare maestra e Carlo – non ricordo il cognome –
era il primo della classe in Storia.
Io navigavo in silenzio confuso nella medietà, lontano dai brillanti primi come Gili Vitter Domenico e Giovanni di Collesecchie. Stavo bene con loro ma anche con tutti gli altri e di tutti ho un gran buon ricordo.
Tancredi di
Collesecchie, cugino di Giovanni, secco e forte, era forse il più forte della
classe nella lotta. Allora, nella mia fantasia, vedevo Collesecchie come una
frazione magica, un posto fatato, dove nascevano quei Marconi e Carnera che
erano i cugini Giovanni e Tancredi.
Mamma mi chiedeva come mai così tanti miei compagni erano
più bravi di me in italiano: “Tu a casa parli l'italiano e loro il dialetto, eppure
sanno l’italiano più di te” diceva ma lo diceva senza severità in coerenza col fatto che la
cosa non la impensieriva più di tanto.
Alla domenica si celebrava in chiesa, con l’organo e i
tenori, allievi della scuola di musica, una grande messa cantata.
Non c’è niente da fare: i miei primi anni a Corio, con i
funghi, le montagne, i boschi, i giochi, l’oratorio, gli amici giovani, gli
adulti generosi, il grande Blek, Tiramolla, le lucciole, furono i più belli
della mia vita. La grande e bella Torino fu una bella novità ma il bel ricordo
di Corio non s’attenuò mai.
A Ciriè, cresciuto, imparai nuove cose e cominciai a
capire cos’era la politica e come si praticava.
I giovani andavano
all’oratorio e alla società
operaia dove erano incoraggiati a fare un salto ulteriore verso l'impegno politico. Un incoraggiamento che aveva in
genere più successo coi giovani del PCI, nelle cui sedi si organizzavano
eventi come la festa dell’Unità, aperta a tutti cittadini, con negozi, panini, bagne caude, riunioni, discussione, comizi.
Per i miei e anche per me fu ben presto chiaro che DC e
PCI erano i veri partititi popolari, dove si poteva discutere di politica sia
locale che nazionale e imparare ad amministrare. Uno sfondo chiaramente volto ad aprire un varco fra
l’eternamente dominante partito delle élite. Ne vidi i risultati in seguito a
livello nazionale con la sostituzione della vecchia scuola elitaria con la
scuola media unica, liberata dall’esame di ammissione e dal latino e anni dopo con
l’ammissione all’università di tutti i diplomati.
A livello locale assistetti con piacere all’approdo in consiglio comunale dei giovani
del PCI e della DC, fra questi vidi
eletti i vecchi compagni di oratorio come Valle, Bili, Buratto per citare
quelli che ricordo. Valle era una della persone più intelligenti e volenterose
che conobbi in vita mia.
Non condividevo il loro pensiero politico ma ritenevo
giusto, come lo ritengo ancora, quel modo di far politica
Era evidente che nella DC – lo vedevamo anche noi giovani
con chiarezza – era presente una destra e una sinistra che convivevano non
senza qualche difficoltà ma sempre unite. Attraverso la sinistra DC il dialogo
fra i due partiti popolari era sempre aperto.
In entrambi i partiti era evidente un tendenza alla compromissione con l’élite. Questa nel PC era dovuta in parte all’eredità dell’odio di Marx per il lumpen proletariat e in parte suggerita dal programma politico di Gramsci che intravedeva nella conquista degli intellettuali la via per arrivare al potere con mezzi pacifici. La presenza in parlamento degli intellettuali di sinistra, la cui elezione veniva gestita dal PCI, era l’immagine evidente di questa compromissione.
Dall’altra parte la DC, soprattutto la sua sinistra, si
era sempre detta e considerata, in coerenza col credo cristiano, protettrice
degli ultimi, degli umili, indipendentemente dal loro stato di dipendenti e di
operai.
Entrambi i partiti (ancora dominati dall’ostilità verso
l’ostentazione e la monetizzazione del sesso), volevano fortemente la pace. La
figura carismatica del sindaco di Firenze, La Pira ne era l’evidente
testimonianza.
Tutto finì con l’arrivo sulla scena della Giornalista Camilla Cederna e col suo assurdo libro accusatorio del presidente Leone, con accuse demenziali a lui e ai suoi figli che la querelarono e vinsero. Fu decretata la distruzione di tutte le copie del libro e L'espresso, che aveva appoggiato la giornalista, fu multato. Una Cederna anche accusatrice del commissario Calabresi, come se. in qualche modo in quell’ufficio l’indagato Pinelli fosse stato indotto a buttarsi dalla finestra.
Non proseguo a parlare di quella spudorata Cederna.
In tutti questi eventi DC e PCI seppur malvolentieri non seppero opporsi al montante pseudo moralismo radical chic e fu l’inizio della fine dei partiti popolare. Fine che giunse a compimento con due eventi: la fine del contributo pubblico ai partiti e il distacco della sinistra DC dal partito.
Fu un atto che determinò la definitiva affermazione dell’opposizione della categoria Destra/Sinistra come categoria primaria amico nemico pubblico di cui parla Carl
Smith.
Lunedì 9/12 ho pubblicato il sito dei miei scritti, https://www.eziosaia.it/
dove si possono o si potranno leggere tutti i miei scritti, romanzi, saggi di filosofia, articoli su vari argomenti. A ogni romanzo è dedicata una pagina. Un’unica pagina ai tre romanzi dell’esilio, fra loro concatenati.
Ogni romanzo o saggio può essere aperto e letto integralmente
dall’inizio alla fine e scaricato. Oltre al testo ho aggiunto sul sito, un indice,
una presentazione, campioni di lettura. Un’attenzione particolare a “Il paese dei balocchi” ritenuto il migliore
da chi mi ha seguito in questa avventura.
Postato su
Biblioteca di Corio, Sei delle valli...,
L'altra Ciriè, sei ciriacese se...
Commenti
Posta un commento